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In 4 mesi “Il Po d’Amare” ha pescato 92 kg di rifiuti di plastica

Ben 540 kg di rifiuti di cui 92 solo di plastica. Questo il “bottino” pescato in soli quattro mesi, nel Po, dal progetto sperimentale di Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, Corepla e Castalia. L’iniziativa, ribattezzata con il nome  “Il Po d’Amare”, era partita lo scorso luglio con un ambizioso obiettivo: testare sul fiume più lungo d’Italia un innovativo sistema di cattura del marine litter per intercettare i rifiuti prima dell’arrivo in mare. Nel Mediterraneo, infatti, finiscono ogni giorno tonnellate di spazzatura, in gran parte plastica, e i fiumi (insieme agli scarichi urbani) costituiscono la strada principale percorsa da questi inquinanti.

Per dar manforte al fronte della prevenzione, la Fondazione e i due consorzi hanno installato a 40 km dalla foce un sistema di barriere galleggianti (Seasweeper) in grado di trattenere i rifiuti senza interferire con flora e fauna. Il progetto, attuato in collaborazione con l’Autorità di Bacino per il Po, ha dato i risultati sperati come spiega oggi Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile “è riuscito a dimostrare che è possibile intercettare i rifiuti prima che raggiungano il mare e diventino così un grave problema ambientale. Una volta in mare, infatti, i rifiuti a contatto con l’acqua salata, sono difficilmente riciclabili e nello stesso tempo le plastiche si trasformano nelle pericolose microplastiche”.

Da luglio a novembre 2018 le barriere fluviali progettate da Castalia, combinate con l’utilizzo imbarcazioni a pescaggio ridotto (“Sea Hunter”), hanno permesso di recuperare otto grandi sacchi di rifiuti.

La frazione più consistente è costituita dalla plastica, per lo più politilene (PE). Il resto sono scarti vegetali e alcuni contenitori in vetro. Il materiale intercettato è stato quindi inviato al riciclo previa selezione e separazione delle diverse frazioni e il granulato polimerico ottenuto dai rifiuti plastici è stato infine inviato a una azienda inglese per la realizzazione di una casetta rifugio (leggi anche La plastica recuperata dal Po diventa un rifugio ecosostenibile). “Ora – ha proseguito Ronchi – per passare dalla fase sperimentale del progetto ad una operativa replicabile su altri fiumi italiani, sembrerebbe utile introdurre nella legislazione nazionale un riferimento chiaro ed esplicito alla classificazione dei rifiuti presenti nei corsi d’acqua (oltre che nei laghi e nel mare) in modo da superare qualunque possibile incertezza interpretativa”.

Un’esigenza a cui il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa sta cercando di rispondere: “Come sapete siamo ormai prossimi all’arrivo in Consiglio dei Ministri della legge Salvamaredove è prevista la collaborazione dei pescatori per il recupero della plastica in mare, ma posso assicurarvi che stiamo già lavorando affinché sia possibile raccogliere la plastica anche nelle acque dolci.  È un problema che mi sta enormemente a cuore, tutti insieme riusciremo a liberare dalla plastica il mare”.

Fonte: Rinnovabili.it

Arriva la prima ecocannuccia in Italia

CATANIA - E' fatta di mais, è biodegradabile ed è amica dell'ambiente. E' la prima ecocannuccia 'plastic free' in Italia introdotta da Dolfin per le Polaretti Magic Milk: trasparenti con all'interno microsfere di zucchero di vari gusti per insaporire il latte facendo di un pasto un momento di gioco. In anticipo sulle disposizione Ue che prevede dal 2021 la messa al bando di stoviglie in plastica monouso insieme a cannucce e cotton fioc, Dolfin Spa - storica azienda dolciaria siciliana, da oltre 100 anni della famiglia Finocchiaro di Giarre - ha deciso di adeguarsi subito alla normativa europea 'plastic free' eliminando le cannucce di plastica da uno dei suoi prodotti di punta. "Sono le prime in assoluto nel mercato italiano - afferma il presidente Santi Finocchiaro - e sono la riposta ambientale. La plastica rappresenta oltre il 70% dei rifiuti galleggianti, compresi 21 milioni di cannucce. Inoltre i bambini dopo averle utilizzate per bere il latte, con un gesto virtuoso, impareranno a smaltirle nell'umido".

Fonte: Ansa

Hera sperimenta tubazioni con plastica riciclata al 70%

Sperimentazione nei territori di Imola, Modena e Rimini, per tubazioni realizzate al 70% con plastica riciclata. A lanciarla, per la prima volta in Italia, è Hera: i primi banchi di prova - spiega la multiutility - saranno le fogne e le reti elettriche. A regime, per le sole reti elettriche, sono stimati risparmi di CO2 pari a 126,6 tonnellate all'anno.

Nel dettaglio - viene spiegato - il primo cantiere, in cui la posa delle tubazioni si è appena conclusa, riguarda complessivamente un chilometro di rete elettrica in parte nel territorio di Modena e in parte in quello di Imola. Il secondo cantiere, al via a gennaio, interesserà invece due chilometri di rete fognaria nel comune di Bellaria-Igea Marina, nel Riminese. Sulla base dei metri di nuove tubazioni che vengono mediamente posati da Hera nell'arco di un anno, l'utilizzo della plastica riciclata potrebbe garantire un risparmio di CO2 stimato, per la sola rete elettrica, in 126,6 tonnellate, pari alle emissioni annue di 95 vetture di media cilindrata immaginando che ognuna di esse percorra 10.000 chilometri.

"Siamo partiti con un approccio graduale - afferma Alessandro Baroncini, Amministratore Delegato di Inrete, società del Gruppo Hera - che potesse consentirci di valutare sicurezza, qualità ed efficienza di queste nuove tubazioni. I primi riscontri sono molto positivi e questo ci fa guardare con fiducia a sviluppi futuri, che potrebbero riguardare, ad esempio, anche le reti del servizio di pubblica illuminazione".

Raccolta differenziata, (ri)partiamo dalle basi: che fare con una bottiglia di plastica?

Le operazioni da fare sono soltanto 3, semplicissime: svuotarla del tutto, schiacciarla per lungo e riavvitare il tappo. Ma ogni errore commesso costa, e alla fine ricade sulle spalle dei cittadini

Una volta si diceva che basta un battito d’ali di farfalla in Italia per provocare un uragano in Texas; la metafora piuttosto provocatoria dovrebbe spiegare perché piccole variazioni nelle condizioni iniziali producano grandi variazioni nel comportamento a lungo termine del sistema. Senza scomodare la ‘teoria del caos’, potremmo iniziare a ragionare sugli effetti che possono o non possono produrre le nostre piccole azioni quotidiane.

Cominciamo quindi da un’azione banalissima e chiediamo a Revet, azienda che in Toscana si occupa di raccogliere selezionare e avviare a riciclo le raccolte differenziate di plastica, vetro, acciaio alluminio e tetrapak, qual è il modo più corretto per conferire una bottiglia di plastica nella raccolta differenziata. Indicazioni che, beninteso, non valgono solo per Revet ma sono utili per tutti gli impianti di selezione.

«Le operazioni da fare sono 3 e soltanto 3 – spiega il responsabile comunicazione di Revet, Diego Barsotti –, e sono semplicissime: svuotare del tutto la bottiglia, schiacciarla per lungo cioè non accartocciarla dall’alto al basso, e riavvitare il tappo».

Andiamo con ordine, svuotare la bottiglia: cosa succede se la svuotiamo e cosa succede se non lo facciamo?

«In base all’Accordo quadro Anci-Conai se il contenuto all’interno dell’imballaggio pesa di più della bottiglia stessa, questa va a scarto. Andare a scarto significa che invece di guadagnare qualcosa per l’avvio a riciclo di quella bottiglia, si paga qualcosa per mandarla a smaltimento. Ogni errore commesso dai cittadini costa all’intero sistema, e alla fine ricade sulle spalle dei cittadini stessi».

Secondo passaggio. E qui credo che molti cadranno dalle nuvole: perché non va bene accartocciare la bottiglia, ma è bene schiacciarla di lato, tipo sottiletta?

«Lo spiego volentieri, però prima mi permetta di fare un appello sull’importanza di schiacciare le bottiglie. Sembra un gesto banale, ma purtroppo negli ultimi tempi troviamo tantissime bottiglie piene che purtroppo non riusciamo a valorizzare».

Pensavo fosse solo un problema di riduzione volumetrica, ma che poi finissero comunque a riciclo.

«Purtroppo no. A parte la riduzione volumetrica che consente di minimizzare i costi di trasporto ed è anche più comoda per i cittadini che per esempio hanno il porta a porta (che con una bottiglia gonfia finiscono subito il sacchetto), c’è anche un problema di selezione. Tutti gli impianti di selezione hanno lunghi nastri che trasportano il materiale alle varie macchine selezionatrici. E gran parte di questi nastri sono in salita. Se io ho la bottiglia piena, o accartocciata troppo bene, questa rotolerà all’infinito sul nastro o avrà conseguenze negative sulla selezione automatica/ottica e manuale, con il risultato che alla fine cadrà nel bunker degli scarti. Purtroppo in questo modo perdiamo un sacco di materiale buono. Per questo è fondamentale schiacciarle… come una sottiletta!».

Questione tappi…

«I tappi vanno sempre avvitati alle bottiglie: se li lasciamo per conto loro rischiano di finire nella frazione fine e quindi anche in questo caso di finire a scarto. Diverso il discorso se ci sono raccolte di solidarietà, ma anche lì è bene informarsi che vi siano reali sbocchi di mercato per i tappi: spesso le associazioni cominciano la raccolta e poi non riescono a vendere i tappi, perché occupano tantissimo spazio e valgono poco».

Mi permetto di aggiungere una domanda sull’etichetta, anche se non l’ha citata: vanno tolte o no?

«No, non importa toglierle perché i riciclatori hanno delle vasche di lavaggio, successive alla fase di triturazione, che permettono di separare la carta o i polimeri che non sono compatibili con il pet. È assolutamente meglio impiegare 1 secondo in più per schiacciare la bottiglia come una sottiletta piuttosto che per togliere l’etichetta».

 

Fonte: greenreport.it

Bio-On, olio di frittura per produrre la bioplastica

Bio-on può aggiungere l'olio di frittura agli scarti che già utilizza per produrre la bioplastica. La scoperta della società quotata sull'Aim di Borsa Italiana permette che la fonte di carbonio che alimenta il processo produttivo della bioplastica sia di natura lipidica. L'olio esausto si aggiunge infatti alle materie prime usate da Bio-on: melassi di barbabietola e canna da zucchero, scarti di frutta e patate, carboidrati in genere e glicerolo.

La novità "è il risultato di due anni di ricerche e permette di attingere alle enormi quantità di questo prodotto di scarto - spiega Marco Astorri, presidente e Ceo di Bio-on - soprattutto in mercati come quello del Nord America e dell'Asia, dove il consumo di cibi fritti è elevato e la quantità di olio esausto supera, secondo una nostra stima, il miliardo di litri al giorno. Un prodotto di scarto, che va smaltito con costi, anche ambientali elevati, diventa per noi una materia prima con cui alimentare i batteri che producono bioplastica PHAs".