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Bio-On, olio di frittura per produrre la bioplastica

Bio-on può aggiungere l'olio di frittura agli scarti che già utilizza per produrre la bioplastica. La scoperta della società quotata sull'Aim di Borsa Italiana permette che la fonte di carbonio che alimenta il processo produttivo della bioplastica sia di natura lipidica. L'olio esausto si aggiunge infatti alle materie prime usate da Bio-on: melassi di barbabietola e canna da zucchero, scarti di frutta e patate, carboidrati in genere e glicerolo.

La novità "è il risultato di due anni di ricerche e permette di attingere alle enormi quantità di questo prodotto di scarto - spiega Marco Astorri, presidente e Ceo di Bio-on - soprattutto in mercati come quello del Nord America e dell'Asia, dove il consumo di cibi fritti è elevato e la quantità di olio esausto supera, secondo una nostra stima, il miliardo di litri al giorno. Un prodotto di scarto, che va smaltito con costi, anche ambientali elevati, diventa per noi una materia prima con cui alimentare i batteri che producono bioplastica PHAs".

A Cagliari verde pubblico irrigato da acque reflue depurate

Dopo l'ottenimento dei via libera ambientali il comune di Cagliari sta per avviare i lavori di realizzazione dell'infrastruttura per l'utilizzo di acque reflue depurate per irrigare le aree verdi della città.

Il progetto, che aveva ricevuto la valutazione di impatto ambientale positiva con Dgr 20 settembre 2016, n. 50/17, ha completato l'iter di autorizzazioni ambientali e si avvia alla partenza. I lavori, che sono già stati aggidicati dal Comune tramite appalto integrato, consistono in una rete idrica di circa 19 Km che parte dal depuratore di Is Arenas (uno dei più efficienti in Italia secondo Legambiente) per arrivare alle aree verdi della città di Cagliari che saranno così annaffiate con le acque reflue depurate. Dal depuratore arriveranno quasi 800mila metri cubi di acqua che irrigheranno i 123 ettari di verde pubblico del Comune.

Il gestore del servizio  idrico si occuperà dei lavori sul depuratore, il Comune della rete idrica i cui costi, pari a 5,6 milioni di euro sono finanziati dal Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica). L'opera, una volta completata, consentirà di ridurre i consumi di acqua potabile della città di Cagliari, consentire la conservazione, incremento e protezione del verde urbano e ridurne i costi di gestione.

 

Fonte: Reteambiente.it

I rifiuti di plastica diventano carburante per le auto a idrogeno

I rifiuti di plastica potrebbero, in un futuro non troppo lontano, fare il pieno alle macchine a idrogeno. La tecnologia per renderlo possibile esiste già ed è stata messa a punto dai chimici dell’Università di Swansea, nel Regno Unito. Gli scienziati hanno creato un processo semplice e a bassa energia per convertire tre comuni polimeri in gas idrogeno puro. L’importanza di questa ricerca – pubblicata ad agosto sulla rivista della Royal Society of Chemistry (RSC) – è stata spiegata dal dott. Moritz Kuehnel in un’intervista alla BBC: il team è riuscito a migliorare la tecnica foto-reforming dei rifiuti di plastica. Si tratta, semplificando molto, di aggiungere ai polimeri un materiale che assorbe la luce, di metterlo in una soluzione e di esporlo ai raggi solari per trasformare quelle molecole in altre molecole. “Il processo – spiega Kuehnel – produce gas idrogeno: è possibile vedere le bolle che escono direttamente dalla superficie”.

Negli esperimenti il team di chimici ha convertito acido polilattico, PET e poliuretano impiegando sole, una soluzione acquosa alcalina ed economici punti quantici (nanostrutture di un semiconduttore) in solfuro di Cadmio. Questa tecnica funziona a pressione e temperatura ambiente, genera idrogeno puro e converte il polimero di scarto in prodotti organici come formiato, acetato e piruvato. E cosa ancor più importante, non richiede che i rifiuti siano puliti prima di essere trattati.

“Abbiamo moltissima plastica usata ogni anno – miliardi di tonnellate – e solo una minima parte viene riciclata” ha dichiarato Kuehnel. Ciò non dipende solo da una cattiva gestione dei rifiuti: per poter essere recuperata la plastica deve essere pura e pulita. “Devi lavarla e ciò richiede una spesa, e anche se fai tutto questo, la plastica che ottieni non è come il materiale vergine”. “La bellezza di questo processo – aggiunge il ricercatore – è che non è molto esigente, può degradare ogni tipo di spreco. Anche se c’è dell’unto, ad esempio, la reazione non si ferma, anzi migliora”. In realtà non tutta la plastica inserita nella reazione produce H2, una parte rimane intatta nella soluzione. “Otteniamo combustibile a idrogeno e una sostanza chimica che possiamo usare per produrre nuova plastica”.

 

Fonte: Rinnovabili.it

Rifiuti sanitari, c'è un'alternativa all'inceneritore

Anche i rifiuti sanitari si riciclano. E negli ultimi anni sono stati fatti grandi passi in avanti. Ma l’asticella si può ancora alzare. Per questo motivo l’azienda statunitense TerraCycle ha lanciato un programma di riciclo dedicato ai rifiuti sanitari particolarmente difficili da trattare, in particolare quelli utilizzati come strumenti da taglio.

TerraCycle utilizza una tecnologia di sterilizzazione approvata dall’EPA, l’agenzia USA per la protezione ambientale, che permette il riciclo di materiali da taglio usati raccolti negli ospedali di tutti gli Stati Uniti. Il metodo di disinfezione a vapore utilizza un autoclave. Successivamente, i prodotti vengono separati in diverse categorie: metalli, plastica e vetro.

TerraCycle sostiene inoltre di aver sviluppato anche un sistema speciale che fornisce “protezione da esposizione ai contaminanti e recupero di materiale ad alta efficienza”. A tal scopo, è stato creato un contenitore per oggetti taglienti resistente alle forature, nonché una scatola di cartone per le spedizioni in una varietà di formati. Le scatole per la raccolta dei rifiuti sanitari sono state approvate sia da UPS che dal servizio postale degli Stati Uniti.

Gli utenti possono semplicemente inserire lo strumento da taglio in una di queste scatole preaffrancate e chiamare il servizio postale per chiedere un ritiro.

In questo modo, secondo TerraCycle, si crea una valida alternativa all’incenerimento dei rifiuti sanitari. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), infatti, il 90 per cento di tutti i rifiuti sanitari finisce nell’inceneritore, anche se solo il 15 per cento può essere considerato biologicamente pericoloso.

Inizialmente, sottolinea l’OMS, si riteneva che la combustione di rifiuti sanitari fosse in grado di distruggere in maniera efficace i patogeni. Tuttavia, una nuova ricerca suggerisce che il processo di incenerimento espone l’ambiente a potenziali contaminanti sotto forma di particelle microscopiche emesse in atmosfera. Inoltre, le ceneri e i sottoprodotti risultanti non sono facilmente recuperabili per il riciclo o il riutilizzo e sono spesso conferiti in discarica.

 

Fonte: Rinnovabili.it

In Europa cresce la raccolta di RAEE, ma anche la produzione

Tre milioni di tonnellate di RAEE avviati a riciclo in 13 anni

(Rinnovabili.it) – Dalla sua fondazione nel 2002, la piattaforma europea di riciclaggio (ERP)  ha raccolto e riciclato oltre 3 milioni di tonnellate di rifiuti elettrici ed elettronici in tutto il continente. Si tratta di una quantità di RAEE pari a quella alla quantità generata in tutta l’UE in un anno, che ha garantito il risparmio di circa 32 milioni di tonnellate di emissioni di CO2.

Una sfida complicata quella del corretto avvio a riciclo delle apparecchiature elettriche ed elettroniche, la cui quantità è in costante aumento, non solo nel vecchio continente. Entro il 2021, secondo il Global E-Waste Monitor, raggiungeremo le 52 milioni di tonnellate annue. Per l’ambiente non è una buona notizia: le sostanze pericolose contenute in questi dispositivi possono contaminare il suolo e le falde acquifere con rischi per gli ecosistemi e la salute. Per questo la scommessa è implementare l’economia circolare al punto da evitare un inquinamento insostenibile.

I dati sull’Italia raccolti da ERP nel suo ultimo rapporto, dicono che nel 2015 sono state raccolte e trattate  oltre 26mila tonnellate di apparecchiature elettriche ed elettroniche a fine vita (+7% rispetto al 2014). A queste si aggiungono .308 tonnellate di pile e accumulatori portatili esausti (con una crescita del 12,5% rispetto all’anno precedente). In particolare, lo scorso anno Erp Italia raccolto 26.759 tonnellate di RAEE: crescono del 19% lavatrici, lavastoviglie, forni a microonde e tutti quei rifiuti elettronici appartenenti al gruppo R2, mentre aumentano del 27% gli R4 (piccoli elettrodomestici, informatica ed elettronica, giocattoli). A fare la parte del leone sono tre regioni, tutte al centro nord: Lombardia, Emilia Romagna e Toscana. Il 90% dei RAEE raccolti è stato recuperato, ma solo lo 0,5% è destinato al riutilizzo. Il 7% finisce in discarica e il 2% prende la strada della “valorizzazione”.

 

Fonte: Rinnovabili.it